Karen Blixen

Karen Blixen è senza dubbio l’autrice che più di altri ha saputo raccontare l’Africa e il Kenya .
Attraverso i suoi libri, la scrittrice danese ha consegnato ai lettori un potente affresco degli anni trascorsi nella sua tenuta di Nairobi, anni appassionati e per la Blixen davvero indimenticabili.

 

Karen Cristine Blixen-Finecke – questo il suo nome per esteso – nata il 17 aprile 1885 a Rungstedlund, in Danimarca, è figlia di un proprietario terriero della nobile famiglia dei Dinesen. Studiò in Svizzera ed in Inghilterra. Nel 1914, dopo essersi unita in matrimonio con suo cugino il barone Bror von Blixen-Finecke, parte con lui per l’Africa dove la coppia si dedica ad una piantagione di caffè, una estesa colonia di migliaia di ettari comprendente in gran parte boschi, foresta e pascoli. Si trovava a circa 20 km. dalla capitale Nairobi, sugli Altipiani a Nord, ad un altitudine di circa 1200 m. verso le colline del Ngong.

Karen vi rimarrà fino al 1931, nonostante divorzi nel 1921 e Bror lasci l’Africa; continuerà dunque ad occuparsi da sola della piantagione fino a quando un tracollo economico non la costringerà a tornare in Europa dove si dedicherà fino all’anno della sua morte (nel 1962) alla scrittura.

Si afferma sul mercato letterario nel 1934 con “Sette storie gotiche”, raccolta di novelle, ma è "La mia Africa", il romanzo, pubblicato nel 1937, che l’ha resa più celebre.
"La mia Africa" si può definire come un canto d’amore di Karen per il Kenya. Di quel paese la scrittrice amava tutto: le piante lussureggianti, i fiori profumatissimi, il cielo turchino, il rosso tramonto, le stagioni appena accennate, le siccità e le piogge, il gelo notturno e il sole micidiale di mezzogiorno, le notte magiche di luna piena, gli animali selvaggi, gli insetti, il duro lavoro nella piantagione, gli indigeni e il loro mondo.
In quegli anni era ancora permessa la caccia grossa in molte zone e Karen stessa era abile con la carabina; aveva partecipato a molte spedizioni ma dopo un po' aveva rinunciato e preferiva restare a osservare gli animali, anche i più feroci. Le piaceva scoprire le tracce fresche di qualche animale come il rinoceronte o il leone reale o mandrie di elefanti. Si fermava spesso ad assistere al passaggio di tanti animali, come per esempio delle giraffe, nella loro grazia inimitabile “come una famiglia di fiori rari dal lungo stelo, giganteschi e picchiettati”. Si turbava di fronte alla grazia così perfetta della piccola antilope dei boschi, rimasta orfana e allevata con il poppatoio. Alla sera gradiva rimanere sulla terrazza ad ascoltare le voci di animali notturni e ad ammirare il cielo stellato. I paesaggi grandiosi che si trovava ad ammirare le suscitavano paragoni come “la cattedrale di Notre Dame”, oppure “ diamanti radiosi di un gioiello”, o “ doni regali”.

Il suo stile narrativo è dolce, tranquillo, delicato: spesso sembra un pittore che coglie tutti i colori del quadro, tutte le sensazioni come un poeta. Infatti la scrittrice narra con l’animo lirico di un poeta, anche gli avvenimenti a volte drammatici vissuti nella colonia. La sua vita laggiù non era mai solitaria perché frequentava spesso gli altri coloni e soprattutto i notabili – quasi tutti inglesi ma anche arabi - di quel tempo. Ma non ne parla con l’animo della snob, per spirito di vanteria; lei parla dei suoi amici che, per caso, avevano anche un nome e una posizione importante. Era molto ospitale, come era comune tra gli europei residenti.

Con gli indigeni aveva ottimi rapporti, improntati al massimo rispetto sia come persone che come usanze. Aveva imparato la lingua swahili e qualcosa di altri idiomi. Non parla mai di ignoranza o di inferiorità, anzi sa cogliere gli aspetti più belli di questo popolo, come la semplicità e al giocosità di spirito, il loro senso dilatato del tempo, la loro accettazione del destino, il loro coraggio e la loro forza d’animo nell’affrontare ogni cambiamento. La scrittrice aveva fatto molto per i suoi indigeni: li curava in caso di lievi malattie, li portava all’ospedale della missione vicina in caso di bisogno, aveva assunto insegnanti indigeni per la sua scuola serale nella fattoria, seguiva le vicende delle famiglie, … Aveva stabilito un legame forte con tutte le creature che le vivevano accanto e, quando alla fine lasciò ogni cosa, fu un distacco molto doloroso.

Il libro si legge tutto d’un fiato perché prende l’animo e dona un sentimento dolcissimo di amore per quel paese.

 

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